di Raffaella Musicò (Libreria Virginia e Co. di Monza)

Ma davvero non abbiamo mai letto questo libro?

Ma davvero c’è bisogno di questa mia profana recensione? E con profana intendo proprio Indegna di toccare o sentire o vedere persone o cose sacre’ – perché questo librettino, ora che l’ho letto, mi pare si possa definire sacro.

Non nel senso religioso del termine – e se l’aveste letto, sapreste che non potrei mai e poi mai riferirmi a questo senso – ma nella sua accezione ‘Scherz.: Di oggetti o diritti sentiti come un privilegio intoccabile, es: ‘I miei libri sono s.!’

Intanto vi dico che la Breve storia di un inedito, che precede il testo vero e proprio, è essa stessa imprescindibile: racconta la straordinaria – nel senso di ‘fuori dall’ordinario’, non nel senso che ormai tutti danno a questa parola, e cioè ‘bello che più bello non si può’ – impresa di redigere questo dizionario da parte dell’autrice.

Stenterete a crederci, se siete lettori di libri comuni, ma Alice Ceresa pensava che andasse continuamente rivisto, corretto, integrato o spolpato, che la responsabilità di voler scrivere qualcosa che avesse un senso si esplicasse nel prendersene cura, nel levigarlo, sfumarlo, schiarirlo fino a che il significato del testo nel suo complesso risultasse armonico, con i rimandi ben oliati tra una definizione e un’altra, in modo da esaltare i concetti in maniera vicendevole. E molto intelligente, dico io.

Ha continuato a scriverlo per tutta la vita, ha continuato a rivederlo, correggerlo, integrarlo o spolparlo fino alla fine – non aveva fretta di pubblicarlo, anzi, per molto tempo è sembrato che non ne avesse affatto l’intenzione (che rara qualità la corretta considerazione di se stessi e del proprio operato, oggigiorno).

L’editore sente la necessità di spiegarci la sua decisione di ‘portarlo alla luce’ citando un passaggio dalla corrispondenza dell’autrice e non basandosi su ragioni di scoop letterario – e pure questa mi pare cosa riguardevole e un pochino straordinaria.

Concludendo: il piccolo dizionario non lo scrivo per le donne. Lo scrivo perché va scritto. E siccome io scrivo difficile, ebbene, sarà difficile: non mi risulta che le cose (e neanche quelle da capire) siano facili. Se poi non mi vogliono leggere, ne fanno a meno. Di chi devo avere pietà? E in nome di che cosa? Della stupidità? Abbasso la stupidità. Tanto, vedrai come andrà a finire: che ci permetteranno di “ottenere” certe cosette (che fanno comodo anche a loro); ma guai a che tocca le sante istituzioni (di cui fanno parte anche la biologia e la morale). Vedrai se non è così! E allora vorrà dire che ho ragione io. Non ti pare?

(Lettera a Michèle Causse, datata 8.5.1976)

Affrontate tutte le voci con ironia, ricerche accurate e un tono deciso che nulla lasciano all’immaginazione, al caso, all’espressione a effetto, alla scorciatoia furba, Ceresa le dispiega con una scrittura precisa che ritaglia ciascuna parola e la inserisce come sagoma nel teatro della letteratura e poi, subito, dell’esistenza.

È un libro che si dovrebbe leggere a scuola. O durante una bella cena tra amici. O invece di addormentarsi davanti al televisore. È un libro con cui si può giocare, anche con le ragazze e i ragazzi. È un libro con cui confrontarsi, da tenere vicino e consultare di tanto in tanto. Qualche pezzo andrebbe imparato a memoria.

Fa bene, questo libro. Fa bene alla comunità, fa bene allo stare insieme. E fa benissimo leggerselo da soli, concentrati, attenti, pronti, proprio come lo è stata l’autrice a scriverlo.

Fa bene perché fa bene uscire dalla logica centripeta di tanti autori e autrici, che santificando spesso solo se stessi, dimenticano che sono ‘alle prese con un essere ambiguo come la letteratura e lavorano per così dire sul nulla’.

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Alice Cerena, Piccolo dizionario dell´inuguaglianza femminile, trad. Jacqueline Risset, 132 pagine, nottetempo

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