FABER di Tristan Garcia

Faber di Tristan Garcia, uscito qualche mese fa per NN editore, è un libro bellissimo e spiazzante. Già durante la lettura capita di chiedersi che cosa si stia leggendo in realtà, quanti diversi piani di lettura possa offrire questo romanzo. Il filosofo francese mette sul piatto una storia che racconta d´amicizia, della forza e delle promesse (spesso infrante) della gioventù, di rancori mai sopiti, di colui che “di umano ha ben poco.

È Mehdi Faber, orfano di origine magrebina che approda presso una coppia di Mornay, anonima cittadina francese di provincia che verrà sconvolta dal suo arrivo e nella quale diventerà leggenda. Faber è bello, intelligente, coraggioso, mette tutto in discussione e non ha paura di niente: un piccolo dio, amato e osannato da tutti. Ma è una divinità destinata a cadere.

La sua intelligenza sconfinata, a cielo aperto e senz´altro limite che la possibilità di tutto e chissenefrega, era una maledizione.

Il romanzo si apre con un Faber adulto, che vive in completo isolamento in una “baracca degli asini” sui Pirenei e che pare aver inviato una richiesta di aiuto in codice  ai suoi due amici d´adolescenza, Basile e Madeleine.

La narrazione torna indietro, alla terza elementare, quando i tre si sono conosciuti nel cortile della scuola, e si sviluppa alternandone i punti di vista. L´adolescenza li vede sempre insieme, loro a seguire lui, spesso a casa o nel loro rifugio segreto ad ascoltare dischi (la musica di quei decenni è molto presente lungo il libro e fa, in qualche modo, da colonna sonora – qui la songbook del libro). Il loro legame è strettissimo, talvolta soffocante, talvolta quasi perverso.

Infine ci siamo addormentati. Senza accorgercene, ci siamo intrecciati tutti e tre. Sul parquet sporco della stanza, il tappeto arrotolato in un angolo, Faber era sdraiato su un fianco, con la camicia tirata su. L’avevo circondato con le braccia, le cosce. Basile mi aveva preso per la vita, la testa appoggiata sul mio seno. Si era infilato tra il mio petto e la schiena di Faber, tenendogli le mani. Io ero quasi nuda. A forza di contorcerci, avevamo finito per formare un triangolo perfetto.

(Ok, ora guardate con attenzione la meravigliosa copertina del libro, realizzata da Ed Freeman.)

In questo triangolo, col tempo, muteranno più di una volta gli equilibri. Fino a che non ci si avvicina all´età adulta, e qualcosa si rompe.

Eravamo destinati a essere adulti. Loro lo sarebbero diventati. Io no: io ero eterno.

Tutti sono cambiati da allora: Basile è un professore frustrato, Madeleine è diventata farmacista come l´odiata madre e ha messo su famiglia. La mediocrità e l´omologazione è, in fondo, ciò da cui Faber è fuggito, lui che da sempre rifiuta i compromessi e ha sete dell´assoluto.

La generazione di chi è cresciuto negli anni Novanta – venuta “due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita” – è una generazione tradita:

Abbiamo subito la società come una promessa due volte infranta. Alcuni ci hanno fatto l’abitudine, altri non sono mai riusciti a sopportarlo.

Faber è caduto ma ha portato con sé anche i suoi due amici, e il suo ritorno a Mornay lo renderà chiaro.

Come definire, dunque, Faber? Un romanzo di formazione? Un noir metafisico? Un romanzo impegnato, in cui ritrovare tra le righe analisi sociologiche, riflessioni filosofiche, risvolti esoterici? Tutte queste cose e nessuna, sfugge alle catalogazioni proprio come il suo protagonista. Di certo è un romanzo dalla forza non comune, che va in profondità e riesce a scardinare qualcosa dentro il lettore.

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Tristan Garcia, Faber, trad. Sarah De Sanctis, 400 pagine, NN Editore

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