Ieri era la Festa della mamma e a me è venuto in mente di raccontarvi di un libro letto proprio da poco, che parla in effetti di una madre e di una figlia: di un rapporto mancato, insanato ed insanabile, perché purtroppo i rapporti tra madri e figlie non sono sempre un tripudio di cuoricini. Tanto più se la figlia è Helga Schneider – la cui produzione letteraria è tutta incentrata sulla sua esperienza di bambina nella Germania nazista – e se la madre l’ha abbandonata, nel 1941, per servire il Reich.

Helga ha solo quattro anni quando lei ed il fratellino Peter, di un anno e mezzo, vengono lasciati dalla madre, che ha deciso di arruolatasi nelle SS e lavorare come guardiana a Birkenau.
Dopo una infanzia ed una adolescenza comprensibilmente difficili, Helga Schneider è riuscita a risollevare le sue sorti e a “cambiare vita”, grazie anche al trasferimento in Italia nel 1963. Nonostante non sia la sua madrelingua, scrive addirittura i suoi libri in lingua italiana, con una prosa ricca e curata.

Lasciami andare, madre ci porta a Vienna nel 1998, per assistere all’incontro di Helga con la madre. Non si vedono da decenni, le due: la madre è ormai anziana e vive in ospizio, la figlia ha ancora sete di verità ma, soprattutto, voglia di capire se la madre davvero non si è redenta. Il loro ultimo incontro risale al 1971, quando la madre le aveva riempito le mani di oro di dubbia provenienza e le aveva chiesto di indossare la sua divisa delle SS, gelosamente custodita nel guardaroba – facendola scappare inorridita.
Quello che ci offre la Schneider è il resoconto di un drammatico e doloroso faccia a faccia in cui una figlia cerca con tutta se stessa di odiare sua madre. Incalza, gioca d’astuzia, la chiama Mutti, mammina, nonostante la parola le si blocchi in gola, pur di sentirsi spiegare con dovizia di particolari le atrocità di cui si è resa complice o responsabile.
La ascolta, raccapricciata, raccontare di “Stücke da smaltire” (pezzi: non vite, non persone, ma pezzi), di donne che “frignano” quando si tolgono loro i bambini dalle braccia o da sotto le gonne per mandarli alle camere a gas («ecco dei marmocchi giudei tolti di mezzo, ecco dei neonati che non diventeranno mai disgustosi ebrei adulti»), di esperimenti su cavie umane. Cerca con tutta se stessa di odiare sua madre, ma non ci riesce ed arriva ad una sola conclusione: «Non la odio. Semplicemente, non la amo».

Lasciami andare, madre va letto.
Va letto perché è testimonianza, diretta e sincera come poche, di chi, accanto al monotono «Io ho solo obbedito agli ordini», all’alba del Terzo Millennio diceva ancora con orgoglio «Io resto ciò che ero».
Va letto perché è testimonianza preziosa del dramma interiore che i figli dei carnefici si sono portati dietro per tutta la vita.
Va letto perché, infine, è la toccante storia di una bambina divenuta donna senza una figura materna accanto a sé, un caso estremo quanto emblematico di quanto conta una mamma nella vita dei suoi figli e ne influenzi il destino.

«Devo vergognarmi se qualche volta l’istinto, il mio istinto di figlia, prevale sulle ragioni della morale, della storia, della giustizia e dell’umanità?»
In fin dei conti, per quanto i genitori non si scelgano e possano delle volte fare più male che bene, restano sempre coloro che ci hanno generato: un filo che non si può recidere perché invisibile, e di cui sarebbe assurdo vergognarsi.

41nXTVhn87L._SL160_Autore: Helga Schneider
Titolo: Lasciami andare, madre
Pagine: 130
Editore: Adelphi
Prezzo: € 9,00
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1 commento su “LASCIAMI ANDARE, MADRE di Helga Schneider”

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