Orna Donath è una giovane sociologa israeliana che, nei suoi studi, ha affrontato in particolar modo il rapporto tra la società e le madri. In questo suo saggio Pentirsi di essere madri racconta le storie di alcune donne “che tornerebbero indietro”.

Sociologia di un tabù, recita il sottotitolo: è innegabile che, nella nostra società, il sentimento del pentimento materno non abbia voce – e non si vuole nemmeno che la abbia, considerando i dibattiti che la pubblicazione di questo studio ha acceso in tutto il mondo.

La nostra società raccomanda alle madri di tacere.

Il pentimento materno è considerato un “posizionamento emotivo riprovevole”, ancor più della scelta consapevole di non diventare madre (sottraendosi dunque ad una “norma invisibile” alla quale bisognerebbe conformarsi). Alle madri non è consentito parlare di come si sentono davvero: mancando il confronto, iniziano a pensare di essere le sole a provare sentimenti contrastanti o negativi nei confronti del proprio ruolo. 

A ciò va aggiunto che “la maternità è sempre, eternamente, sotto ogni possibile aspetto, pubblica“. Chiunque si sente più o meno in diritto di giudicare una madre, collocandola in una delle due sole categorie possibili: brava madre o cattiva madre.

Nel mio piccolo, è bastato pubblicare sui social una fotografia di questo libro per venire attaccata e insultata, pubblicamente e privatamente, come persona e come madre. Ma ho anche ricevuto commenti pubblici e messaggi privati da donne che non sanno se vogliono figli, da madri che vogliono provare a capire e capirsi meglio. Perché troppe volte si sono sentite sbagliate, si sono vergognate, hanno pensato che quel loro senso di inadeguatezza, di solitudine e di tremenda fatica non fosse comune ad altre madri. E invece.

Donath opera una distinzione, e la ribadisce più volte nel corso del libro, tra madri ambivalenti e madri pentite: mentre le prime riconoscono anche dei lati positivi nella maternità, le seconde no. In ogni caso, queste donne vivono un conflitto interiore tra il desiderio di non essere madri e l’amore per i figli che ormai esistono.

Le ventitré donne partecipanti allo studio – diversissime per età, classe sociale, istruzione, numero di figli e stato civile – hanno raccontato la propria esperienza. Voci lucide, libere, dolorose, talvolta strazianti, delle quali intenzionalmente non anticipo nulla.

Vorrei aggiungere anche la mia, di voce. Amo mio figlio più di ogni altra cosa al mondo (serve specificarlo? Forse sì). Per lungo tempo ho creduto di essere una madre pentita, e forse lo sono stata davvero. Oggi considero la maternità l’esperienza più devastante e meravigliosa della mia vita, e questo probabilmente fa di me una madre ambivalente. La mia idea è che la prospettiva possa sempre cambiare, proprio come nel caso di chi si scopre pentita alla nascita del terzo figlio.

Bisognerebbe smettere di considerare la maternità un ruolo, ma piuttosto vederla come una relazione umana tra le tante possibili, una relazione all’interno della quale le madri sono soggetti che analizzano, soppesano, valutano e fanno bilanci.

I bilanci, delle volte, possono anche essere negativi. Come per le donne di questo saggio e moltissime altre. Far finta di nulla, a livello personale e collettivo, non può che portare al fallimento.

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Orna Donath, Pentirsi di essere madri, trad. S. Placidi, 205 pagine, Bollati Boringhieri, 2017

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