Post-it #3 ~ Identikit di uno scrittore

Ho terminato qualche giorno fa di leggere Il mio cuore è più stanco della mia voce di Oriana Fallaci, un volumetto che raccoglie sei tra le sue conferenze di maggior rilievo, tenute tra il 1976 ed il 1983. I temi trattati, sono — com’è prevedibile — la libertà, la politica ed il potere, ma anche il suo rapporto con la scrittura. E a me interessano la libertà, la politica ed il potere, soprattutto se a parlarne è la mia scrittrice preferita, ma se abbiamo letto i suoi libri e la meravigliosa autobiografia che le ha regalato Cristina De Stefano, non ci saranno grosse “novità”. Mentre è stato emozionante scoprire come vedeva, lei, la scrittura. In questo post-it ho quindi raccolto gli estratti che più mi hanno colpito del suo modo di concepire il mestiere di scrivere.

Come scrittore sono brava, […] e mai modesta a questo riguardo. Sono brava perché… Perché sono nata per essere uno scrittore e sarei uno scrittore anche se non avessi avuto le mani per scrivere. Una volta un giornalista che mi intervistava mi chiese: «Cosa le piacerebbe vedere scritto sulla sua lapide, sotto il suo nome?». Risposi senza esitare: «Forse non mi importerebbe poi tanto del mio nome. Ma mi piacerebbe vedere queste parole: qui giace uno scrittore». Motivo per cui mi innervosisco tanto quando qualche stupido mi presenta come un intervistatore, un intervistatore politico, e mi offendo e mi infurio tanto quando citano interviste come quelle a Khomeini o a Kissinger, come fossero i momenti più alti del mio lavoro, o addirittura della mia vita. Dio mio, se anche riscrivessi Moby Dick, mi additerebbero per la stupida frase di un cowboy di nome Kissinger [in Intervista con la storia, ndr] o per il chador che mi tolsi di fronte a Khomeini dicendogli: «Vada al diavolo». Non vogliono capire che le mie interviste sono quel che sono non solo per il mio tipo di personalità, il mio tipo di cultura, ma perché non sono le interviste di un reporter. Sono le interviste di uno scrittore, concepite dall’immaginazione di uno scrittore, condotte dalla sensibilità di uno scrittore, formate dalla sua conoscenza e comprensione della vita. (p. 100-101)

Le persone credono che essere uno scrittore significhi solo scrivere. L’atto della scrittura. Non è così, perché non si esaurisce tutto lì: l’atto della scrittura è piuttosto una conseguenza dell’essere uno scrittore. Sapete, uno scrittore è una persona molto particolare, uno strano animale davvero. È in effetti una curiosa combinazione di intuito, immaginazione, intelletto, sensibilità, e vedo ciò che gli altri non vedono, sente come gli altri non sentono, pensa come gli altri non pensano. (p. 101)

La vera scuola dello scrittore è la vita stessa, a incominciare dalla propria. E, dato che il suo lavoro principale è osservare la vita, a incominciare dalla propria, non separa mai la vita personale dal suo lavoro. Non stacca mai. Tutto ciò che fa, prova, pensa, vede, comprende, entra nella sua scrittura come un liquido versato attraverso un imbuto in una bottiglia. Perfino quando dorme e sogna, perfino quando ama e fa l’amore.  (p. 103)

Uno scrittore è in grado di rendere la verità più vera della verità stessa e di reinventare la realtà. (p. 105)

È il momento più glorioso: quello in cui lo scrittore fonde realtà e astrazione, fatti e fantasie, sentimenti e pensieri, usando le parole come un musicista usa note e strumenti musicali, come un pittore usa linea e colore, o un cuoco i suoi ingredienti. (p. 105)

Quando lo scrittore guarda un albero senza foglie, diciamo d’inverno, egli non vede soltanto un albero senza le foglie. Vede le foglie che quell’albero avrà in primavera e i fiori che sbocceranno tra quelle foglie, e — se  è fortunato — vede le radici che l’albero nasconde nel suolo. (p. 171)

La domanda è: ma allora, che cosa vi rimane da fare, a voi scrittori, fuorché scrivere? La risposta è: quello che abbiamo sempre fatto, quello che sappiamo fare, quello per cui veniamo al mondo e viviamo. Raccontare la vita e quindi la verità senza paura, senza cedere mai. (p. 191)

 

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