Bianca Rita Cataldi, giovane autrice pugliese (nonché blogger) trapiantata a Dublino, è da poco in libreria con il suo quarto romanzo I fiori non hanno paura del temporale (HarperCollins Italia). Per la rubrica Recensioni d’autore, ci racconta di un romanzo uscito qualche giorno fa in Italia: Autunno di Ali Smith.

Di chi si ama non si sa niente. L’ho pensato spesso mentre leggevo Autunno di Ali Smith e incontravo tra le pagine madri biologiche distratte, nonni non-biologici d’elezione e figlie confuse. Il romanzo si apre come un sogno, in un’atmosfera surreale che porta il lettore a domandarsi che cos’è che stia leggendo, dopotutto. Diventa subito chiaro, però, che il primo capitolo altro non è se non la nebbia che riempie la mente di Daniel, ultracentenario ricoverato in una clinica per anziani e ormai da mesi dato per spacciato da ogni medico. Eppure Daniel è ancora lì, inchiodato alla vita con le unghie che affondano in un passato ricchissimo di eventi straordinari che non può più ricordare. Al suo fianco, a tenergli compagnia in un limbo silenzioso che non le permette di raggiungerlo, c’è Elisabeth. Elisabeth ha un nome che spesso l’ha messa in difficoltà davanti agli altri – Elisabeth con la esse, non con la zeta – e un cognome ancora più imbarazzante – «Demand», come «richiesta». L’unico che sia riuscito a farle amare il suo stesso nome, quando ancora era una bambina, è stato Daniel. Lui era già anziano quando Elisabeth l’ha incontrato per la prima volta. Daniel era il suo nuovo vicino di casa e lei era una bambina che aveva portato da scuola un compito speciale: intervistare il proprio vicino. Frenata dalla madre, testarda per natura, Elisabeth alla fine era riuscita a infilarsi nella casa di quell’uomo già abbastanza grande da poterle essere nonno, e che in effetti lo era diventato. Mentre sua madre rincorreva la sua vita, troppo presa per badare a lei, ai suoi giochi di bambina, ai suoi rollerblades che saettavano sul marciapiede, Daniel le aveva insegnato tutta la vita che conosceva. Le aveva spiegato che i nomi hanno un significato, che Demand è un cognome con un’origine molto più complessa e affascinante di quella che lei credeva, che esistono storie d’amore che nascono con la fine già incisa nel cuore e opere d’arte che parlano senza parole. L’arte – «the arty art» – diventa il filo rosso che lega Elisabeth a Daniel anche negli anni di lontananza, quelli in cui smette di sapere che vita stia conducendo e dove l’abbia trascinato il flusso degli eventi. È grazie a Daniel se Elisabeth ha studiato storia dell’arte all’università e se si è specializzata nello studio di un’artista donna di pop-art di cui in pochissimi conoscono l’esistenza. Eppure, sono tante le cose che Elisabeth non sa dell’uomo che ha amato per anni come un padre, un nonno, un maestro. Cose che lui non le ha detto proprio perché lei era famiglia, e a chi si ama è difficile raccontare il dolore. È più facile farlo con un estraneo, con un’infermiera, con chi non si vedrà mai più. Adesso che Daniel è arrivato alla fine dei suoi giorni e che giace nel letto di una clinica, immobile come un tronco d’albero nel quale ancora si agita la vita, Elisabeth gli stringe la mano che per tanti anni l’ha guidata, insegnandole il senso dei colori, la verità dell’arte, l’importanza della richiesta «Parlami dell’ultimo libro che hai letto».

Malgrado il titolo, malgrado la trama, questo romanzo è un inaspettato inno alla vita. La morte c’è ma non si vede, è autunno ma non ancora inverno, ci sono ancora foglie ancorate agli alberi a colorarsi di oro e di rosso. Di chi si ama non si sa niente, ma comunque amare è l’imperativo primigenio, l’istinto naturale che ci tiene come radice nella terra. La prosa di Ali Smith è spiazzante, arriva inaspettata come un colpo di vento dalla finestra. I giochi di parole, le allitterazioni e lo stream of consciousness, la capacità di parlare di Brexit e amore familiare nella stessa pagina senza che nemmeno una parola pianti il gomito nell’altra. La leggerezza, soprattutto, che non è superficialità ma guardare la vita da lontano, con il sorriso di chi dice «così vanno le cose, così è». Ero scettica, a inizio lettura. Mi dicevo «non potrà mai essere originale un romanzo che usa per l’ennesima volta la metafora dell’autunno». Ma Ali Smith può, e l’ha fatto. Di chi si ama non si sa niente, ma amare bisogna. Finché non sarà caduta anche l’ultima foglia.

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Ali Smith, Autunno, trad. Federica Aceto, 225 pagine, BigSur