Leonardo Niglia, vincitore dell´edizione 2016 del torneo letterario IoScrittore con Angeli del conforto e terzo ospite della rubrica “Recensioni d´autore”, ha letto e recensito per Odor di Gelsomino La vita, istruzioni per l´uso di Georges Perec.

Da dove si può iniziare a parlare delle istruzioni per l’uso che George Perec ci ha lasciato in eredità? Come si descrive un libro senza un inizio e senza una fine (ma non senza capo né coda), un libro di novantanove capitoli che uno potrebbe leggere alla rovescia, dalla fine all’inizio, o senza un ordine preciso, saltando da un capitolo all’altro. Un romanzo intenso, inusuale e bellissimo che, per gli appassionati di classifiche, Le Monde inserisce tra i cento romanzi fondamentali del ´900.

Ho divorato La vita, istruzioni per l’uso. Lo leggevo in ogni momento libero della giornata, ritornandoci con la mente, addormentandomi con le sue storie, rileggendo alcuni passaggi, con il rammarico benedetto di stare andando troppo veloce nella lettura, l’impazienza che va tenuta a freno per potersi godere ogni pagina.

Man mano che procedevo nella lettura – smarrendomi nel labirinto affabulatorio di Perec, affezionandomi a ognuno dei suoi personaggi, anche i più secondari, cercando di decifrare ogni piccolo indizio disseminato tra le pagine -, cominciai a interessarmi anche all’autore, membro di spicco dell’OuLiPo (l’officina di letteratura potenziale fondata dal romanziere francese Raymond Queneau e nella cui orbita gravitò anche Italo Calvino), che aveva fatto della scrittura vincolata (come l’utilizzo di lipogrammi, palindromi o l’applicazione di problemi matematici o scacchistici allo scrivere) lo strumento principale per stimolare le idee, l’immaginazione e alla fine creare storie.

Il romanzo narra la vita dei diversi abitanti di un immobile parigino sito al numero 11 di un’immaginaria Rue Simon-Crubellier: un caseggiato composto da dieci stanze per piano poste su dieci piani. Perec ci prende per mano e ci racconta con gusto, come un moderno Sherazade, le storie degli abitanti, del palazzo e di chi lo ha abitato negli anni, muovendosi tra le varie stanze (i capitoli), seguendo lo schema ad L del movimento del cavallo nel gioco degli scacchi, toccando così tutte le stanze, tranne una: i capitoli del libro sono infatti novantanove, non cento.

Leggere il romanzo di Perec è un po’ voyeurismo, come se potessimo accostare l’occhio al buco di una serratura e spiare per qualche istante la vita degli abitanti del palazzo (senza sapere se e quando li incontreremo nuovamente… guai quindi ad affezionarsi troppo!), e un po’ abbandono al flusso incessante della narrazione, alle storie che l’autore inventa per noi. Ecco che particolari insignificanti di una stanza – come un motivo sulla tappezzeria, una cornice, un quadro dal disegno indefinito – all’improvviso si rivelano nuovi spiragli (come tante tane di Bianconiglio), diventando il pretesto per una nuova storia, un nuovo incanto, in un turbine di parole e di storie che si autogenerano, come un inestricabile incastro di scatole cinesi, in una caleidoscopica esplosione del tempo. Per quanto il romanzo, infatti, abbia una precisa collocazione temporale – qualche minuto prima delle otto di sera del 23 giugno 1975 (pochi istanti dopo la morte del protagonista) -, le storie che lo animano abbracciano un arco di tempo che va dal 1875 ed il 1975 e ci portano in quasi ogni angolo del mondo.

Non starò quindi qui a raccontarvi la trama, primo perché odio gli spoiler, secondo perché non sarebbe possibile, non avrebbe nemmeno senso. La trama del romanzo sono le storie degli abitanti del caseggiato, la storia svelata delle stanze, ciò che è nascosto nelle pieghe dello spazio e che come una radiazione si riverbera molto tempo dopo l’esplosione che l’ha originata. Leggere questo romanzo è come assistere alla costruzione di un enorme puzzle di cui non abbiamo nessuna immagine sulla scatola. Quello che abbiamo sono solo i singoli pezzi, dai bordi slabbrati, incerti, imprecisi, e pazientemente tocca metterli insieme, sperando di capirci qualcosa. Lo dice bene Perec nella prefazione al romanzo: solo i pezzi ricomposti assumeranno un carattere leggibile, acquisteranno un senso; isolato, il pezzo di un puzzle non significa niente.

Perec ci regala un’immagine del mondo, del mondo di ieri, di quello di oggi, il senso di vuoto e vertigine che si prova di fronte alle cose, al loro accumularsi nel tempo e nello spazio, l’ironia e l’angoscia dello stare al mondo. La bellezza quasi insostenibile e il disincanto, il trionfo dell’uomo e lo sprofondo.

La vita, istruzioni per l’uso, nonostante tutti i ‘vincoli’ che l’autore dissemina come piccoli indizi lungo il testo, resta però un romanzo arioso, leggero e umano. C’è, dentro le sue pagine, la tensione, tutta umana, di volere imprigionare il caos della vita quotidiana, dandogli un significato per renderlo reale, familiare, padroneggiabile. Un tentativo titanico di ricomporre il reale, dare forma all’incompiutezza, all’inesorabile scorrere del tempo, al fluire dello spazio e delle cose che, nonostante i nostri sforzi si frammentano, scivolano via oltre il nostro controllo.

Leggere La vita, istruzioni per l’uso è anche divertimento, assoluto, nella forma più elementare del termine. È come stare sulle montagne russe, come essere seduti a una tavola imbandita di ogni possibilità, averle tutte a disposizione, ma per un tempo limitato. Provare l’euforia di poterne scegliere una, con l’angoscia di sapere che ce ne sono altre a cui stiamo  forse rinunciando. Quindi nel migliore dei casi si finisce per piluccare, saltando da una all’altra, sentendosi pieni pur non essendo sazi, e di fronte a tanta abbondanza ci sentiremmo smarriti e indifesi e impotenti se l’autore non ci prendesse per mano e non ci guidasse dentro e fuori dal labirinto. Alle sue regole però. Quindi inutilmente cercheremmo di saperne di più su un particolare personaggio. In quella stanza potremmo non tornare più o, se ci ricapitasse, la storia che l’autore ha deciso di raccontarci o quella stanza di svelarci sarebbe differente, senza legami con quella di prima. Tocca rassegnarsi, non prendersela troppo, lasciarsi andare e godersi il viaggio il più possibile. In fondo, è un po’ come la vita.

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Georges Perec, La vita, istruzioni per l´uso, trad. D. Selvatico Estense, 572 pagine, Rizzoli BUR

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