Marisa Fenoglio, sorella del più celebre Beppe, ha scritto ormai vent’anni fa il romanzo autobiografico Vivere altrove (Sellerio), diventando un’esponente di rilievo della letteratura interculturale in Germania – o, come viene spesso provocatoriamente denominata, della Gastarbeiterliteratur.

Nata e cresciuta ad Alba, nel centro storico in cui il padre ha una macelleria, Marisa scopre, il giorno del matrimonio con Sergio, che dovrà presto trasferirsi con lui in Germania. Quella che nel romanzo è Niederhausen e nella realtà è Allendorf, è “l’ultimo fanalino del mondo“: una piccola cittadina immersa nel bosco, ancora provata dall’esperienza della Seconda guerra mondiale e in piena depressione, nonostante sia il 1957.

Marisa non è una Gastarbeiter, così come non lo è il marito, ingegnere incaricato di aprire la succursale tedesca della Ferrero. La sua è una “emigrazione facile e privilegiata“. Lei stessa, però, subito corregge il tiro:

Ma esiste un’emigrazione facile? Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. (…) E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti.

Non esiste emigrazione indolore, dunque. Non esiste emigrazione che non sia sradicamento e insieme ricerca di appartenenza, non esiste emigrante che non sia “eterno pendolare“. L’emigrazione è un percorso faticoso, che non finisce mai: “due patrie sono meno di una“? Di certo ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordarci che non siamo né carne né pesce, troppo tedeschi in Italia e troppo italiani in Germania.

Marisa, dal contesto cittadino, si trova circondata da alberi, ai quali dichiara guerra con la motosega perché, in realtà, quello che le manca è casa. Il marito sta tutto il giorno via, come si confà ad un dirigente d’azienda, lei vive nello sconforto e non sa da che parte cominciare. Conosce Donna Funke, genovese sposata con un ex soldato tedesco di stanza in Italia, che si rifiuta di imparare il tedesco e vive la sua condizione di emigrante con rabbia, disillusione e cinismo.

La realtà in cui vive Marisa è, in qualche modo, protetta. In tempi in cui i Gastarbeiter italiani venivano chiamati con disprezzo Spaghettifresser, lei ha a che fare con gente che la tratta con garbo perché, con due italiani ricchi e acculturati, viene facile essere ausländerfreundlich. 

Arriva la prole e Marisa deve confrontarsi ancora una volta con un’altra cultura: le madri tedesche hanno altri metodi, altri costumi. Naturalmente Marisa è una mamma “troppo italiana”. Ma conosce anche un’insegnante, che le racconta che anche lei, in fondo, è un’emigrante (poiché arrivata dai Sudeti nel Dopoguerra), che la loda per il suo tedesco e le dice: “Una lingua può diventare patria“.

Anche far diventare patria una lingua, però, richiede uno sforzo immane:

Si arriva da persona adulta e si deve ricominciare a parlare con un bagaglio di parole da bambino. Di tutte le infinite sfumature di cui si gode nella lingua materna ci si deve ridurre a una essenzialità brutale, da sopravvivenza. Si cerca, si prova, ma senza appagamento.

Marisa Fenoglio inserisce nel corso della narrazione molte parole in tedesco, spesso senza tradurle – perché è proprio così che parlano gli emigranti, un translanguaging continuo. E ci conduce nella Gemütlichkeit delle Wohnzimmer tedesche, ci presenta la simpatica Hofkolonne dell’azienda del marito, che va a farle lavoretti in casa e asseconda qualsiasi suo desiderio, perfino quello di costruire un pollaio.

Relativamente poco spazio è dedicato al passato nazista della Germania, nonostante proprio nel bosco di Niederhausen si trovasse un campo di lavoro forzato, mentre un assaggio di cosa significasse vivere in un Paese diviso lo abbiamo in un capitolo che si svolge a Lipsia, nell’ex DDR.

Marisa, che dopo tanti anni ancora non ne può più del bosco, riesce infine a convincere il marito a trasferirsi a Marburg, bella città medievale dove ancora oggi vive. Qui le si aprono davvero le porte del cuore della Germania: diventa corista, la musica è la sua patria.

Vivere altrove è il racconto di un percorso, il percorso che ogni emigrante percorre. Per questo, a distanza di vent’anni, è un libro ancora attuale: ogni emigrante ci si può riconoscere, e ogni non-emigrante può forse capire meglio la realtà e le difficoltà di milioni e milioni di persone, che hanno lasciato per i motivi più diversi il luogo in cui sono nati e cercano altrove il proprio posto nel mondo.

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Marisa Fenoglio, Vivere altrove, 195 pagine, 1997, Sellerio Editore